Contesto storico

Procedendo lungo via T. Tasso, giungiamo in piazza Vittorio Veneto, dove si trovano gli Uffici di Collocamento.

Durante la Repubblica Sociale Italiana ( RSI ), questi uffici assunsero un ruolo centrale nel rafforzamento del controllo fascista sulla vita economica e sociale del paese. Qui furono istituiti diversi uffici destinati alla gestione e all’impiego della manodopera, con l'obiettivo di garantire che le assunzioni avvenissero secondo criteri fascisti e che i lavoratori fossero allineati agli ideali del regime. Molti lavoratori furono inviati in Germania come manodopera, ufficialmente su base volontaria, ma spesso in realtà sotto pressioni o obblighi imposti dal regime. Essi venivano impiegati principalmente nei campi di lavoro e nelle industrie, e non nei campi di concentramento, anche se le condizioni erano comunque difficili.

Oltre agli uffici di collocamento, in questo territorio operava anche l’Ispettorato Generale del Lavoro, un organismo istituito e gestito dalla Repubblica Sociale Italiana.

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Perché è un luogo della memoria

Il controllo fascista sui luoghi di lavoro non si limitò all’organizzazione burocratica, ma si tradusse anche in una discriminazione per chi non seguiva il regime. A partire dal 29 marzo 1928, il fascismo iniziò a intervenire direttamente nei luoghi di lavoro con un Regio Decreto , che stabiliva che le assunzioni dovevano privilegiare coloro che erano in possesso della tessera del Partito Nazionale Fascista (PNF). La legge non solo stabiliva una selezione ideologica, ma contribuiva a escludere dalla possibilità di lavorare chi non era fedele al regime.

«È vietato ai datori di lavoro di assumere in servizio prestatori d'opera disoccupati non iscritti negli uffici di collocamento» - Art 11 Regio decreto 29 marzo 1928, n. 1003

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Approfondimento - L'ispettorato generale del lavoro

L'ispettorato generale del lavoro aveva principalmente due compiti:

Il primo consisteva nel sostituire i lavoratori precettati con volontari del lavoro. L’Ispettorato cercava di limitare il ricorso diretto alla coercizione offrendo manodopera “volontaria” in sostituzione di quella requisita. Tuttavia, questa volontarietà era spesso solo apparente, poiché molti accettavano per necessità, paura di rappresaglie o per evitare la deportazione.

Il secondo obiettivo era la collaborazione diretta con le autorità germaniche per l’esecuzione di lavori infrastrutturali e strategici, come la costruzione e la riparazione di strade, ponti e ferrovie, oltre ad altre opere di carattere civile e militare, fondamentali per lo sforzo bellico e il controllo del territorio.

In questo contesto operava anche l’Organizzazione Todt, un’organizzazione tedesca incaricata della realizzazione di grandi opere militari e infrastrutturali, attiva nei territori occupati durante la guerra. Nella provincia di Bergamo la Todt precettò 6.848 lavoratori, ma solo 146 si presentarono effettivamente; di questi, 13 furono inviati a lavorare in Germania.

La durezza della repressione è ricordata ancora oggi da una lapide situata in via Porta Dipinta, a Bergamo, che commemora cinque cittadini bergamaschi fucilati a Pesaro, vittime della violenza e delle rappresaglie legate al sistema di occupazione e collaborazione.

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Fonti

Fonti bibliografiche

  • Mario Pelliccioli, Itinerari di memoria. Un percorso a Bergamo tra fascismo, occupazione tedesca e Resistenza, Moltefedi Achille Grandi Editore, Bergamo 2023
  • Brunello Mantelli, Tante braccia per il Reich! Il reclutamento di manodopera coatta nell'italia occupata 1943-1945, Mursia, Milano 2019
  • Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di), Organizzazione Todt, in Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000

Fonti multimediali